Page 16 - TORà E HAFTARòT CARTONATO con Audio
P. 16

La Torà
                                               Presentazione              e le haftaròt con Rashi     XIV





            zione tutta una serie di circostanze che per la loro complessità non trovano né possono trovare
            espressione nei Cinque Libri. La Torà si limita per lo più a fissare i principi generali del com-
            portamento, mentre richiede una fonte di supporto per tradurli in pratica.
            In secondo luogo, alcuni passi della Torà stessa alludono all’esistenza di concetti che vanno al
            di là dello scritto. In Shemòt 21, 24 è scritto che chi aggredisce un’altra persona e la priva di
            un occhio deve dare «occhio per occhio». Ma mai nella storia ebraica un’aggressione è stata
            punita con una mutilazione. Di certo, nel mettere per iscritto la Torà, il nostro maestro Mosè
            adopera una formula giuridica senza attribuirle senso letterale: al contrario, il diritto biblico per
            risultare coerente con se stesso deve implicare l’interpretazione pecuniaria. In Devarìm 12, 21
            Mosè dà disposizione che la shechità (macellazione rituale) venga eseguita «così come ti ho
            già comandato». Ebbene, in nessun altro passo della Torà si trova la benché minima allusione
            alle complesse regole della macellazione. Lo stesso dicasi di altri fondamenti della vita ebrai-
            ca, come lo Shabbàt, la milà e i tefillìn. Dove è scritto nella Torà come devono essere eseguiti
            questi precetti?
            Non c’è dubbio alcuno che la rivelazione della Torà Scritta fu accompagnata dal dono della
            Torà Orale, senza la quale la Torà Scritta si sarebbe prestata a interpretazioni arbitrarie, come
            è di fatto accaduto più volte nel corso dei secoli. La Torà Orale, così chiamata per il fatto che
            Mosè aveva ricevuto dal Signore il divieto di metterla per iscritto, fu in effetti tramandata
            oralmente da maestro a discepolo fino all’epoca della dominazione romana. Dopo la caduta del
            Secondo Tempio, la rivolta di Bar Kochbà e l’inizio di una diaspora che si annunciava lunga, i
            Maestri temettero che questi insegnamenti potessero andare irrimediabilmente perduti qualora
            non fossero stati riportati per iscritto, derogando all’antica proibizione. Ebbe così origine la
            redazione della Mishnà, del Talmùd e delle raccolte di Midrashìm con tutta la letteratura di
            codici, commenti e responsi che seguì. Particolarmente nel Medioevo si intraprese un lavoro di
            esegesi della Torà Scritta alla luce della Torà Orale. L’opera più popolare e completa di questo
            genere è il commento di R. Shlomo Itzkhakì (Rashi), che visse e insegnò a Worms verso la fine
            dell’XI secolo, il quale si affermò come punto di riferimento obbligato per chiunque si accosti
            allo studio della Torà.

            Come ogni architetto che si rispetti, anche il Santo Benedetto ha creato il mondo partendo da
            un piano e con uno scopo. Il Suo piano altro non era che la Torà, che precedette il mondo come
            essa stessa afferma nel libro dei Mishlè (Proverbi 8, 22): «L’Eterno mi ha acquisito all’inizio
            del Suo cammino, come prima tra le Sue opere fin da antico». Il Suo scopo era che il genere
            umano trovasse nella Torà il significato e la finalità della propria esistenza. «Egli guardò nella
            Torà e creò il mondo», disegnando l’universo in modo tale da rendere possibile agli uomini
            l’osservanza dei comandamenti. Più esattamente, la Torà con le sue mitzvòt è proprio rivolta
            agli esseri umani, limitati sì, ma sempre perfettibili, perché realizzandola nel mondo fisico ne
            facessero uno strumento di disciplina e di elevazione.
            Inizialmente il Signore Benedetto pensò di rivolgersi all’umanità nel suo complesso, ma fin
            dalle prime generazioni la specie umana si dimostrò restia ad accettare questo compito. Nel pri-
            mo libro della Torà, Bereshìt (Genesi), è detto che quando Adàm (Adamo) fu creato, l’Eterno
            lo collocò nel Giardino di Eden «per lavorarlo e custodirlo» (Bereshìt 2, 15); il Midràsh spiega
   11   12   13   14   15   16   17   18   19   20   21