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La Torà
Presentazione e le haftaròt con Rashi XIV
zione tutta una serie di circostanze che per la loro complessità non trovano né possono trovare
espressione nei Cinque Libri. La Torà si limita per lo più a fissare i principi generali del com-
portamento, mentre richiede una fonte di supporto per tradurli in pratica.
In secondo luogo, alcuni passi della Torà stessa alludono all’esistenza di concetti che vanno al
di là dello scritto. In Shemòt 21, 24 è scritto che chi aggredisce un’altra persona e la priva di
un occhio deve dare «occhio per occhio». Ma mai nella storia ebraica un’aggressione è stata
punita con una mutilazione. Di certo, nel mettere per iscritto la Torà, il nostro maestro Mosè
adopera una formula giuridica senza attribuirle senso letterale: al contrario, il diritto biblico per
risultare coerente con se stesso deve implicare l’interpretazione pecuniaria. In Devarìm 12, 21
Mosè dà disposizione che la shechità (macellazione rituale) venga eseguita «così come ti ho
già comandato». Ebbene, in nessun altro passo della Torà si trova la benché minima allusione
alle complesse regole della macellazione. Lo stesso dicasi di altri fondamenti della vita ebrai-
ca, come lo Shabbàt, la milà e i tefillìn. Dove è scritto nella Torà come devono essere eseguiti
questi precetti?
Non c’è dubbio alcuno che la rivelazione della Torà Scritta fu accompagnata dal dono della
Torà Orale, senza la quale la Torà Scritta si sarebbe prestata a interpretazioni arbitrarie, come
è di fatto accaduto più volte nel corso dei secoli. La Torà Orale, così chiamata per il fatto che
Mosè aveva ricevuto dal Signore il divieto di metterla per iscritto, fu in effetti tramandata
oralmente da maestro a discepolo fino all’epoca della dominazione romana. Dopo la caduta del
Secondo Tempio, la rivolta di Bar Kochbà e l’inizio di una diaspora che si annunciava lunga, i
Maestri temettero che questi insegnamenti potessero andare irrimediabilmente perduti qualora
non fossero stati riportati per iscritto, derogando all’antica proibizione. Ebbe così origine la
redazione della Mishnà, del Talmùd e delle raccolte di Midrashìm con tutta la letteratura di
codici, commenti e responsi che seguì. Particolarmente nel Medioevo si intraprese un lavoro di
esegesi della Torà Scritta alla luce della Torà Orale. L’opera più popolare e completa di questo
genere è il commento di R. Shlomo Itzkhakì (Rashi), che visse e insegnò a Worms verso la fine
dell’XI secolo, il quale si affermò come punto di riferimento obbligato per chiunque si accosti
allo studio della Torà.
Come ogni architetto che si rispetti, anche il Santo Benedetto ha creato il mondo partendo da
un piano e con uno scopo. Il Suo piano altro non era che la Torà, che precedette il mondo come
essa stessa afferma nel libro dei Mishlè (Proverbi 8, 22): «L’Eterno mi ha acquisito all’inizio
del Suo cammino, come prima tra le Sue opere fin da antico». Il Suo scopo era che il genere
umano trovasse nella Torà il significato e la finalità della propria esistenza. «Egli guardò nella
Torà e creò il mondo», disegnando l’universo in modo tale da rendere possibile agli uomini
l’osservanza dei comandamenti. Più esattamente, la Torà con le sue mitzvòt è proprio rivolta
agli esseri umani, limitati sì, ma sempre perfettibili, perché realizzandola nel mondo fisico ne
facessero uno strumento di disciplina e di elevazione.
Inizialmente il Signore Benedetto pensò di rivolgersi all’umanità nel suo complesso, ma fin
dalle prime generazioni la specie umana si dimostrò restia ad accettare questo compito. Nel pri-
mo libro della Torà, Bereshìt (Genesi), è detto che quando Adàm (Adamo) fu creato, l’Eterno
lo collocò nel Giardino di Eden «per lavorarlo e custodirlo» (Bereshìt 2, 15); il Midràsh spiega

