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La Torà
           XIII
               e le haftaròt con Rashi



                                     Presentazione



















            D       opo aver affermato che «tutto Israele ha parte nel Mondo a Venire», la Mishnà si sofferma

                    su coloro che non meriteranno tale ricompensa: fra essi vi è colui che non crede nell’origi-
                    ne celeste della Torà (Sanhedrìn 10, 1). Alcuni secoli più tardi Maimonide codificò questo
            principio fra i Tredici Articoli di Fede: «Io credo con fede perfetta che tutta la Torà che è nelle no-
            stre mani è la stessa che fu data a Mosè, su di lui sia la pace; io credo con fede perfetta che questa
            Torà non verrà mai mutata, né vi sarà un’altra Torà dal Creatore, il Santo Benedetto». Il principio
            dell’origine divina della Torà è dunque uno dei capisaldi della Fede del popolo di Israele. Benché la
            maggior parte delle mitzvòt riguardino essenzialmente la sfera dell’azione umana, e su questo piano
            richiedono l’impegno, credere nella Divinità della Torà è a sua volta una mitzvà a fondamento e a
            giustificazione di tutte le altre.
            Per questo la Mishnà stessa elenca fra le azioni meritorie «che non hanno una misura pre-
            fissata: l’onore di padre e madre, le opere di assistenza come visitare gli ammalati e sep-
            pellire i defunti, il portar pace fra due persone» (Talmùd Peàh 1,1 e Bertinoro ad loc.), ma
            termina dicendo che «lo studio della Torà vale quanto tutte le mitzvòt messe assieme». La
            Torà è stata data per essere studiata. Ma come deve avvenire questo studio? Con la piena
            consapevolezza che ogni singola lettera ha la sua rilevanza nel darci degli insegnamenti,
            perché è stata così dettata dall’Eterno a Mosè sul Monte Sinai. Ciò comporta che lo studio
            della Torà non può avvenire con gli stessi criteri storico-letterari con cui si affrontano testi
            scritti dalla mano dell’uomo. La critica filologica mira ad accertare l’esatta natura di uno
            scritto, individuando incertezze e interpolazioni, e assumendosi l’autorità di ricostruire,
            scegliendo fra eventuali varianti, l’originale. Nel caso della Torà è tutto diverso. Qui non
            ha senso indagare sulla natura del testo perché esso è prodotto dalla Divinità ed è stato
            trasmesso da secoli in modo unitario a tutto Israele.
            Allorché venne consegnata a Mosè sul Monte Sinai, la Torà fu accompagnata da una tradizione
            che spiega il significato dei passi oscuri e fornisce le regole e i metodi per un’accurata inter-
            pretazione del testo. Anche una lettura cursoria della Torà dimostra che una simile tradizione
            dovette esistere, per due motivi. Anzitutto, la concreta applicazione delle norme della Torà
            presuppone in ogni caso una casistica che non è dato trovare nella Torà stessa. Per giudicare ad
            esempio colui che ha infranto il comandamento di non rubare occorre prendere in considera-
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