Page 12 - TORà E HAFTARòT CARTONATO con Audio
P. 12

La Torà
                                                Introduzione              e le haftaròt con Rashi     X







            occorreva per gestire la scuola rabbinica, indicando concretamente in noi i giovani ai
            quali era destinato l’aiuto. A Torino ho trovato compagni greci, tripolini, falashà, oltre
            che ragazzi di Firenze, Mantova, Trieste, Ferrara eccetera.
            L’anno di prova si estese al successivo e in seguito ancora, fino a raggiungere i nove anni di
            permanenza a Torino.
            Di quel periodo ricordo che l’ho iniziato sapendo a stento leggere l’ebraico e l’ho concluso
            con un bagaglio di studi, ma soprattutto di canti liturgici torinesi, che mi è ripetutamente ser-
            vito nel corso della vita.
            Ho interrotto gli studi rabbinici a ventun anni, studente della facoltà di medicina, dopo aver
            conseguito il titolo di maskìl, vale a dire la maturità rabbinica.
            Prima di questo libro, circa due anni fa, ho tradotto il Kitzùr Shulchàn Arùch e in quell’occa-
            sione mi è capitato di dire che quel servizio, pur essendomi stato richiesto da altri, costituiva
            la realizzazione di un mio sogno giovanile, di quando ero a Torino: rendere accessibile, a
            quante più persone possibile, la consultazione del manuale che insegna all’ebreo le procedure
            corrette per compiere le mitzvòt, le norme che sono indispensabili per poter chiamare la nostra
            una vita ebraica.
            Nonostante dopo il bar mitzvà non abbia mai lavorato di Shabbàt né mai consumato pasti
            contenenti alimenti proibiti, da un certo punto di vista dopo il Kitzùr sono diventato molto
            più ebreo di prima. Grazie a quell’esperienza ho avuto il coraggio di “fare il salto di qualità”
            e completare la mia osservanza portando la kippà anche in ospedale – sono medico – sia con
            il camice durante le visite che in sala operatoria. Da quel momento ho ricevuto prove dirette
            e indirette di un rispetto che prima di allora non avevo mai avuto. Ho imparato che la dignità
            e la consapevolezza della propria appartenenza culturale (se mi comporto male mentre porto
            la kippà faccio male non solo a me ma anche a tutti gli altri ebrei) ottengono grandi cose. Da
            quell’esperienza editoriale e dalle soddisfazioni derivate è nata l’idea di proseguire a condi-
            videre i miei studi con gli altri.
            Il riconoscente ricordo per i miei maestri, primo fra tutti rav Dario Disegni z.l., che a suo
            tempo aveva da poco pubblicato il pentateuco e le haftaròt, mi ha persuaso di approfon-
            dire innanzitutto la mia conoscenza nella Torà. Dopo il primo smarrimento per l’obiettiva
            difficoltà di districarmi tra i tanti significati attribuibili a ogni brano, il passo successivo
            è stato quello di individuare in Rashi, il commentatore per eccellenza conosciuto durante
            gli anni a Torino, la mia guida nello studio: grazie a lui, durante la traduzione ho scoperto
            numerose “illuminazioni” di quel medesimo testo che per anni ho letto settimanalmente
            senza  gustarlo  appieno.  Infatti  grazie  a  Rashi  ciò  che a  prima vista sembra semplice,
            diventa  interessante,  coinvolgente,  talora  quasi  esplosivo  per  l’inattesa  genialità  della
            spiegazione pur nella semplicità del linguaggio.

            A questo punto, per giustificare tanto entusiasmo devo fornire ai lettori che si avvicinano
            a Rashi per la prima volta almeno un esempio del suo stile. Consideriamo l’episodio del
            serpente che si rivolge a Eva nel giardino terrestre (Bereshìt 3, 1): il serpente, da vero
            provocatore, chiede se davvero il Signore abbia proibito di mangiare qualsiasi frutto del
   7   8   9   10   11   12   13   14   15   16   17