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La Torà
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e le haftaròt con Rashi Presentazione
che “lavorarlo” allude all’osservanza dei precetti positivi, laddove “custodirlo” si riferisce ai
precetti negativi (divieti). Ma già la prima coppia di uomini trasgredì il primo precetto che le
era stato dato e la situazione si aggravò via via fino alla decima generazione, allorché il genere
umano si presentò così moralmente degradato da suscitare nel Signore Benedetto la decisione
di distruggere il creato stesso insieme a esso. Dal flagello scampò per i suoi meriti Nòakh
(Noè) che ricostituì la famiglia umana post-diluviana. Il successivo episodio della Torre di Ba-
bele confermò nell’Eterno la convinzione che solo agendo sul particolare si poteva giungere a
recapitare il messaggio nell’universale. Dovettero trascorrere altre dieci generazioni perché si
individuasse la personalità adatta a farsi portavoce di tale messaggio, tramite se stesso e la sua
discendenza: Avrahàm (Abramo), il progenitore del popolo d’Israele.
Il seguito della Torà è la storia del rapporto fra il Signore e il Suo popolo. Di Avrahàm si affer-
ma esplicitamente che «ha rispettato le Mie norme, i Miei ordini, i Miei decreti e le Mie leggi
(Scritta e Orale)» (Bereshìt 26, 5). Chi gliele aveva insegnate? Nessuno. La sua grandezza spi-
rituale era tale da dettargli quali azioni fossero opportune, quali fossero consentite e quali fos-
sero proibite in conformità con la Torà che sarebbe stata rivelata solo successivamente. Egli,
il figlio Isacco e il nipote Giacobbe dopo di lui ebbero comunque il merito di aver osservato la
Torà ante litteram, non per prescrizione, bensì per elezione. Perché fosse consegnata la Torà ai
loro discendenti fu tuttavia necessario che trascorressero un periodo di servitù alla mercé altrui
e ne fossero successivamente liberati: soltanto chi ha sperimentato la schiavitù e la libertà può
apprezzare l’importanza della disciplina e assumere su di sé l’obbedienza a una Legge.
Era l’anno 2448 dalla Creazione.
Il secondo libro della Torà, Shemòt (Esodo), si sofferma sul racconto dell’uscita dall’Egitto
sotto la guida di Mosè: la famiglia dei Patriarchi, giunta in settanta persone, sotto il dominio
dei faraoni si moltiplica fino a diventare ormai un popolo di seicentomila uomini, senza conta-
re le donne e i bambini. Sette settimane più tardi essi assistono all’evento che avrebbe segnato
la svolta decisiva di tutta la storia d’Israele: la grande teofania sul Monte Sinai, allorché Mosè
ricevette le due Tavole della Torà con i Dieci Comandamenti. La scelta di questo luogo situato
in mezzo al deserto, anonimo e centrale a un tempo, ha a sua volta un significato profondo:
anche se il Signore affidava la Sua Torà al popolo che per primo Lo ha ricercato, ciò nondime-
no Egli ha voluto che la consegna avvenisse in un modo tale per cui nessuno potesse sentirsi
escluso a priori dal suo messaggio. Da questo momento ogni membro del popolo ebraico
è responsabile per sé delle sue azioni dinanzi all’Eterno e agli altri individui. Attraverso le
narrazioni relative al cuore indurito del faraone durante le dieci piaghe e alla trasgressione del
vitello d’oro si afferma il concetto del libero arbitrio e della capacità dell’uomo di segnare in
qualche misura il proprio destino.
Il terzo libro della Torà, Vaikrà (Levitico), con le sue regole dei rapporti fra l’uomo e l’Eter-
no, contiene la fonte di ben 205 delle 613 mitzvòt. Il Signore e l’uomo si incontrano anzitutto
attraverso i concetti di kedushà (distinzione) e taharà (purità) rappresentati rispettivamente
dalle prescrizioni sui sacrifici e dalle norme di purificazione da svariate specie di impurità.
Ma la dimensione della kedushà viene affermata anche nei rapporti interpersonali, con l’invito
all’imitatio Dei (Vaikrà 19, 2: «Siate kedoshìm, perché Io sono kadòsh») e quello che recita:
«amerai il prossimo tuo come te stesso» (19, 18), la regola generale della Torà.

