Page 8 - libretto Rashi nella Traduzione TASCABILE
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Rashi nella traduzione    XIV
                                                      Presentazione              della Torà e delle Haftaròt





                   zione tutta una serie di circostanze che per la loro complessità non trovano né possono trovare
                   espressione nei Cinque Libri. La Torà si limita per lo più a fissare i principi generali del com-
                   portamento, mentre richiede una fonte di supporto per tradurli in pratica.
                   In secondo luogo, alcuni passi della Torà stessa alludono all’esistenza di concetti che vanno al
                   di là dello scritto. In Shemòt 21, 24 è scritto che chi aggredisce un’altra persona e la priva di
                   un occhio deve dare «occhio per occhio». Ma mai nella storia ebraica un’aggressione è stata
                   punita con una mutilazione. Di certo, nel mettere per iscritto la Torà, il nostro maestro Mosè
                   adopera una formula giuridica senza attribuirle senso letterale: al contrario, il diritto biblico per
                   risultare coerente con se stesso deve implicare l’interpretazione pecuniaria. In Devarìm 12, 21
                   Mosè dà disposizione che la shechità (macellazione rituale) venga eseguita «così come ti ho
                   già comandato». Ebbene, in nessun altro passo della Torà si trova la benché minima allusione
                   alle complesse regole della macellazione. Lo stesso dicasi di altri fondamenti della vita ebrai-
                   ca, come lo Shabbàt, la milà e i tefillìn. Dove è scritto nella Torà come devono essere eseguiti
                   questi precetti?
                   Non c’è dubbio alcuno che la rivelazione della Torà Scritta fu accompagnata dal dono della
                   Torà Orale, senza la quale la Torà Scritta si sarebbe prestata a interpretazioni arbitrarie, come
                   è di fatto accaduto più volte nel corso dei secoli. La Torà Orale, così chiamata per il fatto che
                   Mosè aveva ricevuto dal Signore il divieto di metterla per iscritto, fu in effetti tramandata
                   oralmente da maestro a discepolo fino all’epoca della dominazione romana. Dopo la caduta del
                   Secondo Tempio, la rivolta di Bar Kochbà e l’inizio di una diaspora che si annunciava lunga,
                   i Maestri temettero che questi insegnamenti potessero andare irrimediabilmente perduti qua-
                   lora non fossero stati riportati per iscritto, derogando all’antica proibizione. Ebbe così origine
                   la redazione della Mishnà, del Talmùd e delle raccolte di midrashìm con tutta la letteratura di
                   codici, commenti e responsi che seguì. Particolarmente nel Medioevo si intraprese un lavoro di
                   esegesi della Torà Scritta alla luce della Torà Orale. L’opera più popolare e completa di questo
                   genere è il commento di R. Shlomo Itzkhakì (Rashi), che visse e insegnò a Worms verso la fine
                   dell’XI secolo, il quale si affermò come punto di riferimento obbligato per chiunque si accosti
                   allo studio della Torà.

                   Come ogni architetto che si rispetti, anche il Santo Benedetto ha creato il mondo partendo da
                   un piano e con uno scopo. Il Suo piano altro non era che la Torà, che precedette il mondo come
                   essa stessa afferma nel libro dei Mishlè (Proverbi 8, 22): «L’Eterno mi ha acquisito all’inizio
                   del Suo cammino, come prima tra le Sue opere fin da antico». Il Suo scopo era che il genere
                   umano trovasse nella Torà il significato e la finalità della propria esistenza. «Egli guardò nella
                   Torà e creò il mondo», disegnando l’universo in modo tale da rendere possibile agli uomini
                   l’osservanza dei comandamenti. Più esattamente, la Torà con le sue mitzvòt è proprio rivolta
                   agli esseri umani, limitati sì, ma sempre perfettibili, perché realizzandola nel mondo fisico ne
                   facessero uno strumento di disciplina e di elevazione.
                   Inizialmente il Signore Benedetto pensò di rivolgersi all’umanità nel suo complesso, ma fin
                   dalle prime generazioni la specie umana si dimostrò restia ad accettare questo compito. Nel pri-
                   mo libro della Torà, Bereshìt (Genesi), è detto che quando Adàm (Adamo) fu creato, l’Eterno
                   lo collocò nel Giardino di Eden «per lavorarlo e custodirlo» (Bereshìt 2, 15); il Midràsh spiega
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