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MOMENTI DI MUSSAR


        parashat kedoshim
        parlare o non parlare

        La parashà di questa settimana include molti comandamenti positivi e
        negativi che riguardano le nostre azioni verso gli altri. Il versetto (Kedo-
        shim 19:16) afferma: “non ti aggirerai fra il tuo popolo per fare maldicenza;
        non rimarrai inerte di fronte al sangue del tuo prossimo; Io sono D-o”. Qual’è
        il legame tra l’inizio del versetto (non fare maldicenza) e la fine (non ri-
        manere inerte quando gli altri sono in pericolo)? Sono accostati solo perché
        includono dei concetti che riguardano i rapporti con gli altri? Inoltre,
        qual’è l’importanza della fine del versetto “Io sono D-o” rispetto a queste
        leggi? Tutti conoscono la severità della maldicenza. Causa la distruzio-
        ne di rapporti personali, coniugali o tra genitori e figli. Può portare alla
        fine di relazioni di lavoro nel momento in cui una persona sparla di un
        collega a un altro collega. Può dividere una famiglia e se ci si spinge al
        punto tale da testimoniare il falso su qualcuno o da provocare rabbia tra
        le persone, il risultato può essere fatale. Perciò, la Torà ci comanda con
        forza di sorvegliare la nostra lingua e di non fare maldicenza. Tuttavia,
        esistono delle situazioni in cui dobbiamo farci avanti e apparentemente
    GIOvEDì  l  9 MAGGIO 2019 - 4 YIAR 5779
        fare maldicenza sugli altri! Ad esempio, quando una persona cerca di
        avere delle informazioni su qualcuno che conosciamo, per diventare un
        eventuale socio o coniuge. Se siamo a conoscenza con certezza di infor-
        mazioni negative che probabilmente danneggerebbero la relazione, è no-
        stra responsabilità preoccuparci del bene della persona e non dobbiamo
        stare in silenzio. Se non diciamo nulla, potrebbe ingenuamente entrare
        nella relazione senza sapere che il potenziale socio non è esperto o ha de-
        gli obbiettivi diversi e di conseguenza potrebbe soffrire inutilmente. Al
        contrario, riferendo l’informazione che conosciamo, potremmo salvare
        la persona che ci ha posto la domanda “evitando che il suo sangue venga
        versato”. Non è necessario aspettare di vedere il prossimo annegare per
        compiere la mitzvà di salvarlo, ma evitare che egli si ritrovi in una si-
        tuazione difficile è un grande gesto di gentilezza che la Torà ci obbliga a
        compiere. Una volta seppi di una proposta di matrimonio tra un ragazzo
        e una ragazza che conoscevo. Sapendo che il ragazzo aveva un problema
        di salute che il padre della ragazza non avrebbe accettato, ho informato
        il padre della ragazza. Era molto riconoscente per aver fermato ciò che
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